
Esiste un paese “formale” ed un paese “reale”. Il primo è al di sopra di ogni sospetto, il secondo è tutto un sospetto. Esempio classico è la recente, ma non certo l’unica, polemica scoppiata sul caso Biagi, che ha portato sulla graticola il ministro degli interni Scaiola, reo di aver detto ciò che pensava e innocente per aver pensato quello che aveva detto.
Nel quadro del linciaggio politico che gli è stato dipinto addosso ne viene fuori una realtà fatta più di ipocrisie e formalismi che di prese di posizione unitarie. In questo governo, che è ormai vecchio già di un anno, ognuno dà l’impressione di andare per conto suo. Sarà l’inesperienza , sarà il troppo impegno agli esteri del premier, certo è che non si distingue per quel fortunoso silenzio che caratterizzava i bei vecchi governi democristiani di una volta.
Ricordate quando scoppiava qualcosa di grosso che le “polizie politiche segrete” non erano riuscite a tener nascosto? Ebbene non usciva una sola parola dalla bocca di quegli anfitrioni dello scudo crociato. Tacevano come crociati fatti prigionieri ad Acri e ad Acri lasciavano la vita pur di non abiurare al proprio credo. Martiri in terra propria, si riparavano le ferite con l’unguento della dimenticanza e l’elisir dell’oblio. Il tempo faceva il resto.
Oggi si protende più ad un personalismo esibizionista che ad un vero e proprio giuoco di squadra. E quando la lingua va oltre il dovuto e ad ascoltare ci sono orecchie indiscrete il guaio è presto fatto. I “pennaroli” della stampa italica non cercano altro. Un sassolino diventa un macigno da precipitare addosso al primo malcapitato. A farne le spese, come dicevamo, è stato nientemeno che il ministro degli interni. Cosa erano le imputazioni attribuite da “malaccorti” PM a Gava e a Scotti di fronte agli abusi (di parola) perpetrati dall’incauto Scaiola? Niente o meno di tanto!
I morti non si toccano. E questo è giusto. Ma quando un delitto ti opprime notte e giorno e non ti dà pace, finisci col perdere le staffe e dire qualche parola di troppo. In fondo cosa chiedeva questo stimato professionista: solo di essere protetto. Da chi e da cosa è difficile immaginarlo, poichè vi erano solo vaghi indizi o nebulosi presentimenti.
Ma quì il discorso si fa particolare, e bisogna intendersi su certi concetti. Il rispetto verso chi non c’è più è sacrosanto, su questo non c’è dubbio. I dubbi vengono a galla quando si discute di dare tranquillità di lavoro a tutti coloro che per un verso o per l’altro possono essere soggetti a rischio. Un capo di stato, un ministro, un responsabile di apparati di sicurezza possono e devono godere di quella “tranquillità” dovuta (ma non sempre garantita!). Volerla estendere a tutti gli altri significa, talvolta, dover distogliere il cittadino dai livelli minimi di sicurezza. Usare un metro sicuro e matematico è semplicemente impossibile. Così come impossibile è essere o sentirsi veramente protetti. Provatelo a chiedere alla scorta di Aldo Moro o a quella del giudice Falcone, o a chi viveva nello stabile del giudice Borsellino.
Allora da un semplice problema di quantità si passa ad uno più squisitamente di qualità. Una volta il re di Svezia passeggiava tranquillamente in bicicletta, oggi anche un semplice funzionario regionale pretende l’auto blindata e l’autista (possibilmente armato). Il tutto a carico del contribuente. Oggi pretendiamo di stare tranquilli in uno stadio di calcio facendo pagare anche ai non tifosi il carico di una simile operazione. Vogliamo il poliziotto di quartiere che ci ripari dai ladri di appartamento o dagli scippatori di borsette. Il tutto mentre le bande armate sono sempre più armate ed i cittadini sempre più disarmati. Vorremmo entrare ed uscire da una banca senza rischiare la rapina. Vivere di sera come si vive di giorno. Ma ci dimentichiamo che un poco alla volta il degrado è penetrato fin nelle nostre coscienze e in quelle dei governanti. Ci si preoccupa dell’articolo 18 che non toglie niente a chi ce l’ha, ma ci dimentichiamo di pretendere un luogo di lavoro più sicuro dalle infiltrazioni camorristiche e mafiose. E’ solo questione di gusti (sindacali!)
Allora non ci resta che accomunarci a tutti coloro che vogliono la testa del ministro, non per aver male operato nella conduzione del suo dicastero, ma per non aver tenuto a freno la lingua. Questo ci mette al riparo di ogni critica e, soprattutto ci evita di aver dovuto piangere anche l’uomo della scorta negata. In fondo un morto in più o uno in meno...