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Edizione Nº 50
anno V Giugno 2001
 
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AMACORD CON BOTTI
Storia di uomini e di armi pericolosamente "addomesticate"
di Antonio Ugliano

Fuochi d'artificio Certo doveva averne di fantasia Berthold Schwarz monaco tedesco se agli inizi del XV secolo, tanto per fare qualcosa, mescolò assieme 15 grammi di polvere di carbonella di legna, 10 grammi di fiori di zolfo e 75 grammi di salnitro che sarebbe quella pelugine bianca che nasce sui muri delle cantine con l'umidità. Cosa si prefiggesse di fare non è riportato ma si dice che per verificare che l'intruglio fosse ben riuscito, l'avvicinò alla fiamma di una candela, risultato: questa prese fuoco e gli schizzò in faccia bruciandogli la barba e la punta del naso ma lui, imperterrito, invece di buttare il tutto nella spazzatura cominciò a gridare: Eureka, Eureka, ho inventato la polvere da sparo.
Se invece di dedicarsi alle miscele strane avesse detto una messa in più, episodi come il seguente probabilmente non se ne sarebbero verificati.
Notte di fine d'anno. L'eco degli ultimi botti che hanno salutato l'anno nuovo non si sono ancora spenti che gruppi di ragazzi invadono vicoli e strade alla caccia dei petardi inesplosi. Uno di loro trova una bella castagnola intatta, la strappa dalla scaletta a cui era unita, tira fuori l'accendino e dà fuoco alla miccia: un lampo, un botto e tre dita di meno.
L'indomani il suo nome salirà agli onori della cronaca figurando tra le vittime della battaglia di capodanno.
Il Moloc delle mutilazioni non può lamentarsi, anche per quest'anno ha avuto le sue vittime.
È purtroppo l'incoscienza dei ragazzi che li spinge a tanto ed io li capisco, sono stato ragazzo pure io ed in uno dei momenti peggiori ove con tanti altri miei coetanei ne abbiamo combinato di peggio.

Valga questo amarcord.

Dopo l'8 Settembre del '43, con lo sfacelo delle istituzioni, quasi tutte le truppe di stanza nel nostro territorio, senza ordini e senza disposizioni, decisero che la miglior cosa da farsi, era di tornarsene a casa e così fecero abbandonando armi e buffetterie tanto non servivano più o almeno così si credeva.
All'epoca Castellammare era discretamente difesa dagli attacchi aerei con numerose postazioni dislocate in località come l'Annunziatella, le foci del Sarno, sul molo della Navalmeccanica, sulla banchina Nuova, all'acqua della Madonna e sulla panoramica a Pozzano. Pezzi di vario calibro e mitragliere completavano il tutto e logicamente, con le armi c'era il relativo munizionamento. Visto che i militari le avevano abbandonate, cominciarono i saccheggi. Dalle armi sparirono per prima le ottiche di puntamento, poi gli otturatori di bronzo e quanto d'altro avesse valore. In più, in ogni postazione vi erano cumuli di munizioni abbandonate e noi, i ragazzi di allora, cominciammo la caccia alla balistite, alla cordite, alla melinite solo che queste erano nei bossoli e davanti al bossolo c'erano le granate. Che dovevano essere tolte.
Con autentica incoscienza raccoglievamo le granate da 75 mm. della contraerea che erano complete del bossolo facendo un tutto unico, il classico shrappnell; sul vertice della granata c'era un secchiello di alluminio blu detto falsa ogiva; sul secchiello c'era un nastro di tela con la scritta Tirare, tiravamo il nastro, il secchiello cadeva mostrando la spoletta d'alluminio, intorno a questa un cerchio graduato con al centro un cilindro mobile tenuto fermo da una spinetta che non doveva in nessun modo essere toccata, nell'uso programmato, si regolava la graduazione ad esempio 2.000 e si tirava la spinetta quindi si inseriva il proiettile nella culatta. Al momento dello sparo, l'urto della spoletta sull'aria all'uscita della volata spingeva in dentro il cilindro, questo metteva in moto un sistema ad orologeria per la durata di tanti secondi per quanto era il tempo che impiegava la granata a raggiungere i 2.000 metri partendo dalla bocca da fuoco (tenendo conto che la velocità iniziale al momento dello sparo era di circa 800 metri al secondo) qui scattava un temporizzatore che faceva scoppiare la granata, quindi, dicevo, prendevamo il bossolo in mezzo alle gambe poi sbatacchiavamo la granata per terra in modo che si allentasse e si sfilasse dal bossolo. Per premio dopo la fatica fatta, tiravamo fuori sempre dal bossolo un sacchetto di tela pesante circa un chilo contenente delle tagliatelle di balistite di colore verde o gialle lunghe un 10 centimetri. Sul fondo del sacchetto c'era una manciatina di polvere giallastra che serviva ad accelerare l'accensione della carica di lancio.
Per scaricare invece i proiettili da 20 mm. era più facile: il proiettile era piccolo, lo si infilava in un foro e si forzava sul bossolo sino a liberarlo. Quelli con la punta verniciata di azzurro venivano scartati perché traccianti ed il fosforo della codetta poteva accendersi. Quelli con la punta gialla erano invece proiettili sicuri, perché esplodevano solo per impatto. La spoletta d'alluminio o ottone, era divisa in due parti, la parte superiore tenuta ferma da una microvitina da orologeria si svitava con la punta del temperino liberando un piccolo chiodo che fungeva da percussore tenuto fermo da una molla a doppia S che andava tolta. A questo punto non c'era più possibilità di scoppio. Si svitava la seconda parte della spoletta e si recuperava il detonatore a questa avvitato. L'interno del proiettile era pieno di tritolo che si estraeva con un chiodo quindi si disponeva il tritolo su una mattonella e lo si accendeva, da notare che il tritolo, esplosivo stabile, a contatto della fiamma non scoppia, per scoppiare deve essere innescato da un'altra esplosione generata appunto dal detonatore.
In tal caso si dice esplosione per simpatia, ma brucia lentamente emettendo un fumo nero dall'odore caratteristico; su questo fuoco poggiavamo il detonatore e ce la davamo a gambe: seguiva un bel botto costituito dal residuo di tritolo non bruciato e dalla carica del detonatore. Dal bossolo ricavavamo la melinite specie di spaghetti color ocra con un taglio longitudinale che avevano il pregio di schizzare via quando venivano accesi e pressati con il tacco della scarpa. Scaricare i proiettili da 12,7 e quelli da fucile, era un gioco da ragazzi che non vale la pena di enumerare.
Il colmo dell'incoscienza minorile si ebbe quando arrivarono gli alleati. Non c'erano fiammiferi e si fabbricavano accendini con i bossoli da fucile. C'era un tale che li montava nella bombe a mano per la precisione, gli ananas americani e li rivendeva a loro come souvenir. Così imparammo a scaricare pure quelle.
Gli ananas o bombe a mano a frammentazione prestabilita, erano costituite da due parti, l'involucro e il congegno di scoppio; questo comprendeva una parte mobile con un percussore che allorquando si sfilava l'anello della sicura, compiva un movimento ad arco spinto da una robusta molla ed andava a battere su di un innesco a capsula che dava fuoco ad una miccia che durava esattamente otto secondi; alla miccia era connesso il detonatore che faceva deflagrare la carica di TNT (trinitrotoluene) di cui l'involucro era pieno. Molte volte nei film si vede il solito eroe a cui lanciano una bomba, lui la raccoglie con tutta calma e la rilancia. Se vi si presenta l'occasione, vi consiglio di non farlo mai, otto secondi sono terribilmente pochi.
Senza toccare l'anello della sicura, svitavamo il congegno di scoppio, con il solito chiodo stavolta più lungo; tiravamo fuori l'esplosivo dall'involucro che lo stesso era stabile e non esplodeva con la percussione, quindi buttavamo in un bidone di ferro il congegno di scoppio dopo aver tirata la sicura. Il detonatore esplodeva, recuperavamo il congegno dal bidone, lo riavvitavamo sull'involucro e guadagnavamo otto lire tante quante ne pagava quel tale per ogni bomba, in amlire.
Oggi quanto sento che qualcuno c'e restato non ho il coraggio di criticarlo: l'ho fatto pure io: ma se non ci siamo restati ciò è dovuto a fortuna oppure perché le armi militari erano più sicure.
Eppure sembrerebbe logico che ci fosse più sicurezza in un comune petardo di carta; invece...
Prendiamo ad esempio la classica scaletta. In genere è costituita da un foglietto di carta resistente come quella dei sacchetti di cemento della dimensioni di un 8 x 30 centimetri; lo si piega per metà nella lunghezza poi, riaperto , lunga la piega, vengono versati tre cucchiaini di polvere pirica e ad una delle estremità, 5 centimetri di miccia quindi lo si ripiega per la lunghezza sempre tenendolo in posizione orizzontale per quante volte il foglio permette, quindi il grissino così ottenuto và ripiegato a fisarmonica e legato strettamente con uno spago. Ogni piega, una camera di scoppio.
Accendendo la miccia, questa trasmette la fiamma alla polvere della prima camera che brucia rapidamente emettendo dei gas che tendono ad espandersi a causa del calore generato durante la fase di infiammazione e combustione generando una elevata pressione nel poco spazio della camera che finisce per lacerarsi emettendo in tal modo il classico botto; non tutto il gas fuoriesce dall'apertura: una parte di esso, infiammato, supera la piega della carta e trasmette la fiamma alla camera successiva ove la polvere contenuta s'accende con conseguente secondo botto. Il ciclo si ripete per quante sono le pieghe o camere della scaletta. Sull'ultima, tramite un corto tubo di carta è connesso il petardo o come si dice in dialetto, troniello (ossia piccolo tuono) questo è costituito da diversi strati della stessa carta riempiti di polvere pirica e legati strettamente con lo spago. Ad una delle sue estremità vi è una corta miccia. Quando la carica di polvere contenuta nell'ultima camera della scaletta si infiamma, i gas dovrebbero superare la piega della carta, invadere il tubo di giunzione scaletta-petardo, comportandosi come linea di ritardo, comunicare la fiamma alla miccia del petardo che esplode; solo che molte volte o lo spago che lega alla scaletta è troppo stretto o l'ultima camera di scoppio si lacera troppo presto e i gas infiammati non riescono a raggiungere la miccia del petardo che in tal caso non esplode perché la polvere pirica non esplode per simpatia ma solo per accensione.
Ed ecco generata la situazione di pericolo. Verrà raccolto dai cacciatori di botti inesplosi con le citate conseguenze.
A quanto sopra, si aggiungono i casi di incoscienza dei fabbricanti di botti che per vendere creano autentici attentati agli incauti amanti delle botte forti. Per questi ultimi piazzano dell'esplosivo plastico o tritolo intorno al troniello; racchiudono il tutto in tubo di cartone con spessori da 6/7 millimetri e creano un potenziale aggeggio per botti da ricordare specie se le cose vanno storte.
Anni addietro lessi sul giornale che su un balcone, evidentemente sotto gli effetti dell'alcool, facevano a gara a chi riusciva a tenere più a lungo in mano la scaletta accesa con un grosso petardo finale ed a buttarla all'ultimo momento. Doveva essere una prova di coraggio ed invece fu il passaporto per l'ospedale.
Così ogni anno c'e sempre chi ricorderà una tragedia.
Giacché con un pÒ di buona volontà ed il sacrificio di accendere solo dei bengala si può lo stesso vivere felici perché non passiamo un capodanno giocando solo a tombola?
Ci potrebbe scappare anche una vincita.


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